|
Arturo Pagano, ventunenne, è nato pittore. i suoi simboli, e si potrebbe dire, le sue stimmate, sono le forme e i colori. Come una persona gestisce, parla, si muove, così Pagano riempie il suo mondo giovanile di metafore figurative. Il suo occhio, grande ed innocente, capta la realtà come di soppiatto, la coglie a volo, nel suo farsi, direi, in bozzolo, prima che si compia e si stabilizzi con quel suo peso smaccato e quotidiano che è forse l'aspetto più falso delle cose, il più ingannevole.
Ecco perché in questa pittura tutto sembra sospeso, librato in un equilibrio matematico e rigoroso. Pagano ha dei maestri alle spalle e sarebbe facile e accademico fare i loro nomi e petulante ricordare certi loro itinerari. Egli, è vero, rimane affascinato dal surreale, ma nelle sue mani diventa uno strumento di conoscenza, una macchina magica per studiare a fondo (e al negativo) le sorgenti fantastiche della sua terra, Torre del Greco, figlia legittima del mito, del mare, del corallo, di una fatica attanagliata, ferita e guarita dal sole.
La luce, del resto, è, secondo me, la base di partenza di tutta la sua pittura. Non vi sono ombre nelle sue tele. Come un primitivo, ignora quasi la prospettiva. Ogni tono, ogni oggetto, “ ogni pensiero “ viene portato in superficie e avvolto, senza trucchi, in una sorte di mistero naturale. Al limite del naif, vi si discosta per un decollo spontaneo nel fantastico. Al limite dell'astratto, si riaggancia alla realtà per una sua implicita sostanza. Si vedano le sue donne : sono, sì ,di carne anche opulenta e quasi tangibile; ma qualcosa le salva e le trasforma in sirene adagiate in una stagione placata e placida dell'Eros.
Donne, cavalli di antiche battaglie, scogli, porti, case:si tratta, a rigore, della storia di un regno perduto e ritrovato vergine e candido; il che è psicanaliticamente proprio dei giovani, dove a giocare al mostro è il sole, l'origine di tutto, anche della notte che, qua e là, tra le pieghe annuncia i suoi primi dubbi, le sue prime disfatte. Allo stato attuale il lavoro di Arturo Pagano è animato dal fervore di una ricerca continua, quasi egli stesse saggiando e provando i materiali diversi di un discorso che fin da oggi si presenta,di volta in volta, come un'opera ciclica, che si conclude e si riapre per un moto spontaneo.
Domenico Rea, 1979
(Dal catalogo della mostra, Centro Internazionale Arte Oggi, Milano)
Con un linguaggio metaforico, ricco di allusioni e di simbolismi , Arturo Pagano ha creato un mondo poetico che oscilla tra il reale e il surreale, creando un clima intensamente enigmatico e suggestivo. Benché sollecitate da visioni di origine percettiva, le creazioni pittoriche di Pagano assumono sempre una dimensione onirica o fantastica, perché l'artista investe i dati della realtà oggettiva con la violenza trasfigurante della commozione e della fantasia. A nostro avviso, Pagano è mosso da due spinte diverse ed opposte: da una parte il desiderio di esprimere liberamente la vita dell'inconscio, attraverso la magia del linguaggio evocativo; e, dall'altra, il bisogno di frenare l'immaginazione esuberante creando degli organismi pittorici governati da precise leggi morfologiche e sintattiche. Visto sotto questo profilo, egli richiama alla memoria un po' le storie artistiche di René Magritte e di Paul Delvaux. La tematica di questo straordinario pittore è molto vasta e complessa, come vasta e complessa è la sua originale grammatica pittorica. Però, lo stile, pur nel continuo approfondimento dei rapporti sintattici, conserva sempre la sua personalissima identità. E questo, a nostro avviso, è il segno più significativo dell'artista autentico.
Luigi Valerio, 1979
(Dal catalogo della mostra, Centro Internazionale Arte Oggi, Milano)
Per Arturo Pagano approdato a metà degli anni Ottanta alla ricerca plastica, i segni sono desunti dalla sfera percettiva: le rigorose costruzioni, perfettamente calibrate dalla sagoma al supporto, al nero che avvolge il tutto, sono frutto di una lunga osservazione della realtà. Non sono però le forme ad attestarsi come momento principale, ne sono gli elementi che l'artista corteggia. È la luce che balena sottile, come uno spiraglio, dalle crepe del foglio; sono quei tratti timidi che avanzano nella stanza e che scandiscono i piani grigi, restituendo i volumi, le alterazioni della materia. È una luce interna, espressione di conoscenza del fenomeno, rapportata all'intensità emotiva della scoperta. Scrivevo tempo fa che Pagano struttura la composizione riducendo gli elementi "a pure ed elementari forme geometriche organizzate da semplici giochi di chiaro e scuro, operando su un contrasto polare tra bianco e nero". È un tentativo di rimettere in atto, una volontà progettuale che è consapevolezza critica rispetto all'affannosa ricerca di identità che connota il postmodernismo.
Massimo Bignardi, 1989
(Dal catalogo della XXXIVª Mostra nazionale d'arte contemporanea di Termoli , Milano)
È in atto in Pinacoteca a Macerata una mostra dell' artista campano Arturo Pagano. Originario di Torre del Greco dove è nato 32 anni fa, Pagano si è formato alla scuola di Renato Barisani, l'artista napoletano con le sue ricerche sulla materia e sulla forma, ha influenzato gran parte dei giovani artisti partenopei di tendenza astratta.
Pagano, che attualmente vive e lavora a Benevento, ha soggiornato lungamente a Roma dove, assaporando la temperie artistica che nella prima metà del decennio in corso caratterizzava la città, ha saputo trarre da tale esperienza una precisa connotazione culturale che si riscontra anche nelle opere più recenti. Si rileva nell' attività di Pagano un processo di riduzione che ha condotto i suoi modi figurativi iniziali, pittorici con frequenti sondaggi di carattere antropologico ed etnico, ad una tridimensionalità e a un geometrismo schematici, razionali, unicamente basati sul contrasto dei bianchi e dei neri.
Una ricerca di sintesi e di razionalità, ma è più esatto dire “ stabilità “, che Pagano oppone all' eccessivo individualismo, all'empirismo e alla provvisorietà che sembrano caratterizzare certe sperimentazioni post-moderne. Una progettualità che recupera in sé risorse di manualità mai completamente estinte, ma che si colloca, come necessità di controllare, di disciplinare, anche emotivamente le potenzialità dello spazio e della luce in esso; per questa esigenza chiaramente avvertita , le superfici in bassorilievo si sono progressivamente ispessite sfociando in una tridimensionalità pronunciata che acquisisce consistenza di vera e propria architettura. Un segno sottile, fatto di colore o prodotto da rari inserti di fili di ferro, conferisce ai lavori di Pagano la definitezza e la minuziosità di prototipi attraverso i quali è ancora possibile individuare l'origine disegnativi e pittorica da cui dipendono. L' artista campano, presentato per l'occasione da Massimo Bignardi, aveva fatto parte di una interessante rassegna, realizzata dallo stesso critico nella Pinacoteca di Macerata lo scorso anno, dal titolo: “ Vitalità della Scultura “.
Lucio Del Gobbo, 1990
(Da Arturo Pagano, ricerca plastica , in «Corriere adriatico» del 14 ottobre)
È molto difficile usare la tradizionale terminologia artistica per dire le proprie impressioni dinanzi alle opere di Arturo Pagano. Le opere esposte sono generalmente di legno, carta e metallo, unico colore è il Nero, steso a larghe zone, opaco o grumoso,cui fa contrasto la luminosità degli inserti metallici; alcune opere sono a parete, di piccole dimensioni, altre, molto più grandi, cerano insoliti effetti spaziali e luministici con pannelli che si intersecano o formano piccole architetture aggiunte ad un corpo principale. Questo che colpisce è che queste opere si presentano senza incertezze, perentorie, sicure di sé; e proprio per questo mi sembra difficile esprimere le impressioni di chi, dal di fuori, si aspetta di ricevere sensazioni, come sempre, o quasi, dinanzi all'opera d'arte, da esecuzioni non emozionate. Nulla è qui lasciato al caso, nessun riferimento, almeno apparente, alla realtà o comunque al mondo che ci circonda, nessuna concessione alla poesia, alle sensazioni, alla memoria, alla fantasia – da sempre soggetti ed o oggetti dell'arte. Le opere sembrano venute fuori da un luogo e forse difficile processo di purificazione, diventano pure intellettualizzazioni, speculazioni mentali, dove ormai ogni conflittualità è già risolta. Del primo impulso – la sensazione, il sentimento – nulla è rimasto, ogni tragicità, ogni drammaticità è epurata, è rimasto solo l' equilibrio assoluto, mai casuale, di forma, luce, colore. L'equilibrio, l'armonia mi hanno fatto pensare all'assolutezza dell'opera neoclassica, o paradossalmente a Mondrian : in entrambi i casi, momenti della storia dell'arte in cui si è ricercatala riduzione o la soppressione, ambiziosa e non sempre raggiunta, della soggettività nell'oggettività, dell'individuale nell'universale; una intenzionalità, questa, che nelle opere di Arturo Pagano mi sembra pienamente raggiunta.
Gemma Buonanno, 1990
(Da A San Severo personale di Arturo Pagano , in «Il Gargano nuovo» maggio)
Alla Galleria Dedalos di San Severo ha esposto nella passata stagione Arturo Pagano. Un rigore formale costantemente reso attraverso calibrate costruzioni anima la ricerca plastica dell'artista. Una ricerca che, fin dal suo apparire alla metà degli anni Ottanta non ha mai lasciato dubbi sulla sua assunzione nell'ambito della scultura, quand'anche le forme proposte ne evidenziassero la propensione ad una scarna volumetria giocata, infatti, sulla superficie del piano. Un aspetto questo che risulta in parte superato nell'ultima produzione spinta ad un'occupazione reale, meglio definita cioè in senso fisico, dello spazio. È quanto Pagano ha proposto in questa mostra, ove va segnalata come esempio di questo rinnovato indagare la costruzione Senza titolo realizzata nei primi mesi dei 1990. Le alte forme ingombranti che avanzano al di là della superficie a carpire lo spazio segnano certamente un'evoluzione del suo percorso, un cambiamento formale, che non devia però né appare determinante rispetto alla sua idea del fare. In realtà Pagano ha sempre posto attenzione alle modulazioni della luce, a piccoli segni tracciati sul piano, alle loro relazioni affabulatorie con lo spazio. Il suo forzare nella materia alla ricerca di sagome, forme simboliche assunte da un immaginario mai sopito rispetto ai richiami di una cultura di solide tradizioni viva nel suo tessuto d'origine, non viene meno neanche oggi che queste forme assumono maggiore consistenza. Una relazione semplicemente più ridondante prende il posto di quel dialogo silenzioso intessuto tra le pieghe del presente, sulla scia di un profondo rapporto emotivo che percorre anche le più rigide e geometriche costruzioni. Rinsaldando i volumi Pagano non ha fatto che solidificare il dato percettivo che lo lega ad una sua proiezione con lo spazio della vita.
Ada Patrizia Fiorillo, 1991
(Da Arturo Pagano , in «Segno», n. 100 gennaio)
La forza narrativa delle creazioni di Arturo Pagano appare essere tutta concentrata nell'assunto dato. L'artista non lascia molto spazio a possibili evocazioni, evidenziando soprattutto con opere quali Totem o Senza titolo realizzate nel 1988, l'essenzialità di un discorso impostato sul rigore costruttivo di semplici forme geometriche. È attraverso queste, sottolineate, nella loro apparente volumetria, da tenui passaggi tonali, che l'artista intesse la propria relazione con lo spazio. Un rapporto silenzioso e pur profondamente ragionato nel quale Pagano fa confluire le possibili sfere dialogative forzando la materia, nelle sue capacità di trasmettersi e di vibrare.
Nella fredda lamiera l'estensione si avvale di segnali luminosi, di sottili pennellate bianche contrapposte al nero carbone adagiato su di essa, o di segni scavati nel fondo quale risvolto di un procedere dell'artista già verificato nei lavori precedenti, attenti al recupero della sagoma, di forme simboliche rintracciate nel bagaglio di conoscenze e tradizioni culturali del proprio tessuto d'origine.
Ada Patrizia Fiorillo, 1997
(Da La materia scolpita fra anni Ottanta e Novanta , in Arte «più» Critica , a cura di Carlo Presicci e Mimmo Conenna, Molfetta)
Nello studio ERRECI, quando era in piena attività espositiva, conobbi Arturo Pagano, che da tempo portava avanti il suo impegno artistico con coerenza e rigore. Vidi le sue strutture concettuali e geometriche realizzate in materiali diversi ( legno, vetro, metallo ) apprezzandone ad un tempo la semplicità e la forza. Ho incontrato più volte Arturo e sempre ci siamo ripromessi di fare qualcosa per smuovere le acque stagnanti della cultura di questa nostra città: parlare con lui, fare dei progetti anche generici, mi ha fatto sempre piacere perché ho continuato ad avere la sensazione che le persone serie impegnate, ancorché silenziose e poco conosciute, siano più
numerose di quanto si pensi. Arturo Pagano, che pure ha realizzato mostre personali e collettive di prestigio, non rincorre il successo né si lascia trasportare dalle mode e questa è sicuramente una dimostrazione di forza del suo carattere e della sua arte. L'ultima esperienza comune risale allo scorso settembre, allorché ci recammo insieme a S. Agata dei Goti per una interessante manifestazione: sei artisti (fra i quali lui, Giovenale e Mustone) avevano a disposizione una “cantina” scavata nel tufo per installarvi dei propri lavori: i risultati, alla fine, furono di grande suggestione.
Antonio Petrilli, 2000
(Dal libro I miei amici artisti, Ed. Associazione Proposta, Benevento)
(…) È un non-luogo il Sannio, è altrove rispetto alla memoria, eppure è talmente una condizione dell'anima che non si può fare a meno di ritrovarlo ovunque, di attraversarlo, diffuso com'è su un territorio artistico che sconfina da Nord a Sud, dall'Est all'Ovest. E dentro c'è il Meridione del mondo.(…)è un uomo sezionato nei suoi spessori anatomici, ma anche nei suoi reconditi desideri, quello che appare per frammenti su una superficie di puro colore. Così Arturo Pagano indaga sulle trasparenze di una diagnostica per immagini capace di impressionare il senso della vita.(…)
Enzo Battarra, 2003
(Dal catalogo della mostra Proposta 2003, Museo del Sannio, Benevento)
Presentare oggi fuor d'ogni schema storicamente omogeneo una singola opera rappresentativa di un artista operante a Benevento in totale riservatezza può informare che l'esplorazione di quest'area, produttiva da oltre due decenni di personalità di statura perfino internazionale, rintraccia ancora novità di rilievo.
Non che Arturo Pagano - suo è il Dittico che gli ho richiesto per una inclusione temporanea tra sculture archeologiche del Museo del Sannio - costituisca figura nuova in assoluto: benché appartato, il suo costruire forme originali attesta fin dai primi Anni Ottanta una speciale curiosità per il progetto compositivo, dove l'evento cede all'invenzione, la figura alla struttura, la linea al colore. Esibizioni e valutazioni tuttavia non ne hanno dato finora sufficienti approfondimenti.
All'interno delle sue opere si apprezza soprattutto l'uomo, una presenza che assorbe ogni attenzione destinata all'artista, troppo ostinato a mio avviso nel frapporre schermi fra sé e gli altri, fra il suo lavoro e il mercato addirittura. Pressoché assente nell'universo mediatico, Pagano indaga nel silenzio di uno studio ai margini della città la scaturigine delle emozioni, vale a dire l'impatto fra natura e cultura, escludendo dal suo repertorio ciò che è puramente aneddotico, così come esclude interferenze dal suo mondo personale. Il problema da risolvere è per lui il rapporto tra qualità umane e qualità estetiche, per meglio dire l'individuazione di vie utili a conferire connotati di vita reale ad opere espresse con il colto linguaggio dell'astrazione che tendenzialmente gli appartiene.
Egli si muove dunque lungo un itinerario inverso rispetto a quello dell'artista antico, che, incantato da echi di impossibili simmetrie fisiche e di sovrumani equilibri psichici, perveniva a contraddire la natura. Materiali manipolati, calcolate dimensioni di oggetti, figurazioni e toni devono invece concorrere, per Arturo Pagano, ad un anticlassico protagonismo degli elementi messi in campo, all'affermarsi totale del colore, alla corporeità delle geometrie. Ancora una volta un iperuraneo mentale, una realtà speculare, ma compresente a noi. L'artista riconosce il perdurare e l'influenza dell'arte del passato, e si sottopone all'esperimento, convinto che la cultura sia un processo. L'area museale mantiene la propria specifica connotazione confermando la sua funzione validante. Non si trasforma in un semplice spazio fra gli spazi, per non privare il vero artista di un punto di riferimento sicuro. La Sala di Traiano diventa 'camera della percezione', stimolatrice delle sensibilità, delle riflessioni utili a vedere e a vivere creazioni che si fanno contemporanee tra loro: un lavoro e un luogo dove non c'è distinzione di ruoli e di cronologie, dove tutte le opere presentate in una unione priva di formalità ci amalgamano nell'alchimia generatrice di sogni.
Il Dittico di vetro, lavorato a revers; irrompe tra le sculture del secondo secolo - avvertito non più lontanissimo - senza impiantare un percorso ne sviluppare un banale 'tema della memoria'. Non fa storia ma provoca protagonismi moltiplicati. Abbaglia il suo rosso vermiglio, acceso attorno ai rilievi di marmo bianco, e restituisce al pallore delle statue il fascino magico delle perdute cromie originarie, inimmaginabili da chiunque ignori che greci e romani coloravano sculture e architetture. Il colore organizza in una raffinata coreografia di danza i movimenti dei visitatori riflessi.
L'idea della mostra nasce proprio da quel rosso, archetipo del sangue e della vita, simbolo dell'amore dei sensi e fondamento di spiritualità e sacrificio. Avvolgendo la sala come un fondale per la sua ampiezza, l'opera ingloba e restituisce ogni contrario: il lucido e l'opaco, il concavo e il convesso, il vuoto e il pieno, la luce e il buio, la sospensione del tempo e l' "hic et nunc". Per me è poi una occasione per analizzare ulteriori aspetti del connubio tra passato e contemporaneità, rifiutato da atteggiamenti pseudoscientifìci di discipline museologiche non aggiornate.
Arturo Pagano si è costruito una scala di valori senza fermarsi su verità acquisite. Perciò nel Dittico monumentale fa percepire il rispetto che ogni artista di talento deve a ciascun altro autore di opere d'arte. Ed è grazie al talento che questo lavoro di pittura acquista la solidità della terza dimensione e assume peso e gravita come se fosse forma scultorea.
Alla fine attrae a sua volta sguardi capaci di cogliere anche percorsi laterali. Dettagli di ritratti, di acconciature e abbigliamenti di uomini e donne dell'antichità, e decori fantasiosi di frammenti architettonici trasmessi a noi dopo duemila anni, rimandano l'osservatore alla fascia che come una fessura orizzontale attraversa il Dittico quasi a suggerire di spiare, di penetrare il mistero che sembra intravedersi oltre il fragile vetro. Lì si identificano sequenze di introspezioni radiografiche di anatomie viventi composte come in un mosaico, un crogiuolo di organismi al negativo evocante le fragilità ineluttabili dell'uomo. La bellezza astratta del colore puro viene tagliata, invasa e oppressa da inconsce memorie della concretezza terrena.
Tocca allora nuovamente alla consolidata impassibilità della cultura classica la responsabilità di conferire ad un complesso di opere d'arte, nel meccanismo dell'ordinamento scientifico del Museo del Sannio per breve tempo attivato in modo diverso con il Dittico di Arturo Pagano, una proposta esistenziale rassicurante, ancorché precaria, grazie alla quale si continui a percepire l'eternità del ruolo dell'arte.
Elio Galasso, 2003
(Dal catalogo della mostra, Museo del Sannio, Benevento)
Rosso.Questo il colore che s'imprime negli occhi e nella mente di fronte alle opere di Arturo Pagano, in mostra fino alla fine di febbraio presso la Galleria Sangiorgio: un significativo ritorno alla terra natia che per un artista che, pur vivendo a Benevento, tiene a ribadire orgoglioso i natali vesuviani e che nello spazio di Franco Cusati presenta la sua ultima produzione, sintesi di un ventennio di ricerca concretizzatosi nel 2003 in nuove formule espressive. Spregiatore della ripetitività, Pagano intende infatti la pittura come indispensabile stimolo vitale e continuo autosuperamento, perché – dice – “L'arte deve sorprendere innanzitutto chi la fa “. Partito da un figurativo mai avvertito come consentaneo ( tanto da renderne necessaria un'interpretazione surrealistica ), egli si volge successivamente al materico e all'informale, per arrivare, negli Novanta, ad un'esplosione tridimensionale, con installazioni che invadono dialetticamente lo spazio ma che, tuttavia, non possono far parlare di scultura stricto sensu ( fraintendimento che lo accomuna ad uno dei suoi punti di riferimento, Jannis Kounellis ).Scorie di questo operare in profondità restano nelle “Interferenze del piano “ esposte a San Giorgio a Cremano, avviate da una sperimentazione su materiali insoliti: pezzi di radiografie, sui quali il pittore interviene con colori sintetici e assemblati in fasce orizzontali, simili”a finestre, in cui lo spettatore deve affacciarsi per vedere cosa c'è all'interno o, al contrario, per farsi guardare dall'altra parte, poiché noi esistiamo in quanto osservati dagli altri”. Testimonianze di momenti difficili, i referti clinici al contempo instaurano un'identità emotiva tra creatore e fruitore dell'opera, data dagli episodi dolorosi di cui è costellata l'esistenza. Un'azione tesa a rendere astratto un supporto oggettivo, inserito sottovetro in quadri-teche di taglio decisamente minimal, in cui dilaga la campitura di un'unica tinta, soprattutto il rosso lacca. Un timbro solo apparentemente freddo, ma che nasconde ben altro magma: la dichiarata intenzione di non indulgere al sentimentalismo, infatti non comporta per Pagano la rinuncia ad una comunicazione impellente. Assertore del valore conoscitivo e divulgativo della pittura, egli mutua da Kandinskij la necessità di un'arte al passo coi tempi, conferendo in tal modo solidità ideologica ad un metodo di lavoro che, eliminando il bozzetto, affida la fase preparatoria esclusivamente alla mente, delegata a quel processo di depurazione destinato a compiersi di getto- ma tutt'altro che spontaneamente- nell'ultima fase. Quella, appunto, dell'opera al rosso.
Anita Pepe, 2004
(Da Le rosse “ interferenze del piano “ di Arturo Pagano , in “Roma” del 22 febbraio 2004)
Vorrei cominciare da molto lontano... semmai dall'esordio di Arturo Pagano e... poi convergere sulle ultime esperienze... per sviluppare un'analisi corretta sui Percorsi che hanno accompagnato l'artista in questo straordinario cammino nell'arte.
La ricerca di Pagano è ormai inequivocabile, ha raggiunto traguardi che lo rendono partecipe della storia artistica degli ultimi anni, attraverso i passaggi più significativi dell'evolversi della ricerca. La risoluzione come dice Bignardi dei “termini del confronto tra superficie e spazio, ossia fra immagine e corpo, verso una sintesi di forte impatto emotivo”; l'aver ridotto al massimo, con un "procedere" creativo, il crinale fra scultura e pittura, pone il nostro su livelli altissimi di attenzione al contemporaneo.
Dai lavori del 98 che lo stesso Bignardi definisce suggestioni iconiche con intriganti colature di colore, agli intensi rossi o gialli coprenti, sui quali si stagliano figure astratte, degli ultimi due anni, Pagano promuove nel suo lavoro la imponente lezione dell'espressionismo astratto: "L'arte - scrive Robert Motherwell - è uno sforzo per colmare il vuoto che l'uomo moderno sente in sé... È una forma di misticismo" e dichiarava ancora che il suo lavoro "consisteva nella dialettica tra il conscio (linee dirette, forme disegnate, colori forti, linguaggio astratto) e l'inconscio (linee morbide, forme incerte, automatismo)". L'indagine di Arturo Pagano oggi è ormai intensa; l'uomo, sviscerato nel suo habitat, viene consegnato all'arte con un linguaggio sicuro, l'esplosione emotiva è gestita da una evidente capacità di razionalizzare il suo strumentario pittorico. Enzo Battara coglie nel lavoro di Pagano l'uomo che appare per frammenti su una superficie di puro colore, un uomo sezionato nei suoi spessori anatomici, ma anche nei suoi reconditi desideri, con l'artista che indaga sulle trasparenze di una diagnostica per immagine capace di impressionare il senso della vita. Pagano con il suo lavoro ci parla di un mondo che (non) ci appartiene, di un uomo che (non) sa riconoscersi, di una società che (non) sa cogliere luci, segni, colori, trasparenze... e "Simbolismi geometrici proiettano il silenzio dell'artista nelle pieghe del presente e nello spazio della vita".
Ferdinando Creta, 2005
(Dal catalogo della mostra, La Piana, Amorosi) |